Il bavaglio digitale
Come il governo normalizza il dissenso online
Hanno dichiarato che questa operazione è a "tutela dei consumatori". L'hanno venduta come "trasparenza" e "protezione dei minori". Ma il nuovo registro AGCOM per gli influencer, operativo da novembre 2025, è molto più di una semplice regolamentazione: è il primo vero tentativo sistematico di controllare e neutralizzare qualsiasi forma di comunicazione che sfugga al controllo dei media tradizionali.
La delibera stabilisce che chiunque superi i 500.000 follower o raggiunga un milione di visualizzazioni mensili deve registrarsi in un albo statale, fornire dati personali, documento d'identità, profili social, e sottostare a un "codice di condotta" che assomiglia pericolosamente a un manuale di autocensura. Le sanzioni? Fino a 600.000 euro. Un deterrente non per i grandi nomi dello showbiz – che hanno già uffici legali e commercialisti – ma per chiunque osi raggiungere un pubblico significativo senza essere parte dell'establishment mediatico.
La logica del controllo mascherata da tutela
Partiamo dalle contraddizioni più evidenti: l'AGCOM sostiene di voler proteggere i consumatori dalla pubblicità occulta e tutelare i minori. Nobile intento, se non fosse che gli stessi problemi esistono da decenni nei media tradizionali (televisione, giornali, radio) dove le inserzioni pubblicitarie sono mascherate da servizi giornalistici, dove i conflitti d'interesse tra editori e inserzionisti sono sistematici, dove i minori sono esposti quotidianamente a contenuti violenti e diseducativi durante il prime time.
Ma guarda caso, nessuno ha mai pensato di creare un "registro degli opinionisti televisivi" con sanzioni da centinaia di migliaia di euro per chi trasmette informazioni fuorvianti. Perché? Perché quei canali sono funzionali al sistema. Veicolano la narrazione dominante, legittimano le scelte del potere economico e politico, mantengono lo status quo. Il problema non è la disinformazione in sé: è chi la produce e quale tipo di informazione viene diffusa.
Chi decide cosa è "pericoloso"?
La vera questione è politica: chi stabilisce cosa è disinformazione? L'AGCOM, ente nominato dal governo. Un'autorità che, nel codice di condotta, impone agli influencer di evitare contenuti su "sicurezza pubblica, immigrazione, violenza, cronaca nera, geopolitica" senza specificare parametri oggettivi.
Così si lascia uno spazio interpretativo enorme, utilizzabile a discrezione. Un creator che parla delle violenze della polizia durante una manifestazione potrebbe essere considerato pericoloso per l'ordine pubblico. Un influencer che documenta la situazione nei centri per migranti potrebbe essere accusato di alimentare tensioni sociali. Chi critica le politiche economiche del governo rischia di finire nel mirino per "mancanza di imparzialità informativa".
È il meccanismo classico del soft power autoritario: non si vieta esplicitamente di parlare, ma si creano condizioni tali per cui l'autocensura diventa la scelta razionale. Con multe fino a 600.000 euro, quanti piccoli creator potranno permettersi di rischiare? La libertà d'espressione diventa così un privilegio di chi può permettersi avvocati e consulenti legali.
La mercificazione totale della comunicazione
C'è poi un aspetto che andrebbe analizzato con la lente del materialismo storico: questa regolamentazione consolida il processo di mercificazione totale della comunicazione digitale. Gli influencer vengono equiparati a "fornitori di servizi media audiovisivi", cioè a imprese. La spontaneità e la dimensione comunitaria dei social network vengono definitivamente assorbite nella logica del capitalismo piattaforma.
Il registro AGCOM trasforma ogni creator in un soggetto economico formale, con obblighi fiscali, burocratici, legali. Chi non si adegua viene escluso. Chi si adegua entra in un sistema in cui per sopravvivere serve professionalizzarsi, assumere manager, consulenti, agenzie. Si ricrea la stessa struttura oligopolistica che domina l'informazione tradizionale: pochi grandi player che controllano il discorso pubblico, una massa di piccoli operatori marginalizzati, e la scomparsa di ogni spazio autenticamente indipendente.
Internet è stato, per qualche anno, l'unico spazio in cui voci fuori dal coro potevano raggiungere un pubblico significativo senza passare dai filtri editoriali del potere. Giornalisti indipendenti, attivisti, intellettuali critici hanno utilizzato YouTube, Instagram, TikTok per denunciare ingiustizie e costruire controinformazione. Ma la risposta dello Stato non può essere la schedatura di massa e il controllo preventivo.
Questa misura segna un punto di non ritorno: lo Stato si arroga il diritto di decidere chi può parlare a un pubblico ampio e chi no, cosa si può dire e cosa no.
E mentre l'AGCOM vara il registro, nessuno parla del monopolio delle piattaforme, della profilazione commerciale degli utenti, dello sfruttamento del lavoro digitale non retribuito, della concentrazione della ricchezza nelle mani dei padroni della Silicon Valley. Perché quello è capitalismo legittimo. Il problema sono i singoli creator che osano raccontare una versione alternativa della realtà.
Resistere alla normalizzazione
Questo provvedimento è parte di una strategia più ampia di controllo dell'informazione che attraversa tutta l'Europa. Ma è importante chiamare le cose col loro nome: non è tutela, è censura preventiva. Non è trasparenza, è schedatura.
La resistenza passa dalla consapevolezza. Ogni volta che uno Stato democratico restringe gli spazi di libertà in nome della sicurezza, dovremmo ricordare che il potere non restituisce mai spontaneamente ciò che ha conquistato. E che l'informazione libera è sempre stata il primo bersaglio di chi vuole perpetuare l'ordine costituito.






